Fare a meno della Filosofia

Ultimamente si è sentito parlare della possibilità di fare a meno di discipline quali le Arti e la loro Storia, la conoscenza geografica, fin quando si è arrivati a chiedersi se fosse utile o meno mantenere anche l’arte del porsi domande; ci si è chiesto così che posto occupasse il Pensiero nelle nostre vite e se della Filosofia ci fosse bisogno, o se fosse solamente un retaggio del vecchio modo di imparare e rendersi colti. 

Che ci si sia interpellati riguardo ad essa, pur se nella triste prospettiva di eliminarla, non è stato affatto negativo però;  forse nel trambusto dei nuovi percorsi conoscitivi, la questione ha posto una cesura, una parentesi, entro cui chiedersi in definitiva a cosa possa servire, e soprattutto cosa la Filosofia sia.

Il dubbio stesso ha acceso e animato una riflessione conoscitiva, in perfetto stile filosofico. Per eliminarla ci si è trovati ad esercitarla e forse dunque a ritrovarne il senso stesso.

Thomas Hobbes nel Leviatano discetta su cosa sia la conoscenza e si pone in forte controtendenza rispetto ai classici ritenendo che non la sofìa, ovvero la conoscenza pura slegata da qualsiasi sapere pratico, ma piuttosto la téchne, sapere finalizzato alla produzione, rappresenti l’apice della conoscenza. La Sapienza in tal maniera si fa Tecnica; il concetto non è più, in quest’ottica, fine a se stesso, ma utilizzato come passaggio intermedio per poi ottenere la creazione di uno strumento o per risolvere una questione di ambito pratico.  In questo, forse, siamo figli della mentalità hobbesiana, nel modo oggi di considerare necessario o meno un sapere in base al ‘prodotto’ finale che esso può dare come risultato, o alla risoluzione pratica che può fornire in un certo contesto.

È proprio qui che affiora la prima crepa e il discorso sembra incrinarsi, si ragiona in termini di utilità, per qualcosa che non nasce per essere utile in questo senso. Si perde di vista che la necessità dell’esercizio della mente non è solo quello di progettare edifici o applicare teoremi matematici. La filosofia è utile o no? Molto provocatoriamente oserei rispondere che  la filosofia è affatto utile. Non ci si potrà attendere da lei il calcolo della sezione di un trave o il coefficiente di dilatazione di un materiale.  La filosofia non è utile, quanto piuttosto necessaria alla vita dell’uomo. Non dà, cioè, un risultato ‘utilizzabile’ materialmente, ma un criterio di vita, un modo di conoscere le cose. Risponde ad un ordine diverso di domande, ovvero non ‘come fai a ottenere e produrre quel che vuoi’ ma ‘cosa vuoi e perché lo vuoi’.

È per questo che si parla di ‘coscienza’, poiché se semplicemente la conoscenza fosse un modo di ottenere materialmente quel che si vuole, saremmo a quel punto delle macchine, degli algoritmi che a delle necessità fanno corrispondere dei risultati che soddisfino le stesse. Invece no, l’uomo si contraddistingue dalla bestia proprio perché non vive per soddisfare dei bisogni, ma interroga se stesso per sapere a quale di questi rispondere, si interroga su ciò che vuole e dunque in questo, proprio grazie al pensiero, comprende di essere qualcosa di diverso dagli animali. In altre parole, l’uomo assume coscienza di sé e della sua ragione nel momento in cui, non solo può da delle necessità costruirsi degli strumenti per risolverle, ma quando si domanda a quale tipo di necessità egli voglia obbedire, e decide quindi circa queste. Nascono così le questioni di ordine morale, ad esempio.

La Filosofia dunque è da considerarsi come quella domanda che orienta la ricerca, la quale poi è certo condotta dalla Scienza e dal sapere pratico. La Scienza non può dirci cosa ricercare, ma come farlo. 

Su cosa vogliamo indagare e in base a quale criterio? Questa è una domanda di ordine filosofico. 

Se non elaboriamo delle personali idee, non riflettiamo su cosa sia una certa cosa, possiamo prendere delle scelte a riguardo? Se, ad esempio, non ci siamo mai chiesti cosa sia la vita e che valore le diamo, possiamo operare delle mutazioni genetiche in laboratorio? La tecnica senza la riflessione teorica, concettuale, sembra essere un treno in corsa senza macchinista, raggiunge grandi risultati ma senza sapere dove effettivamente si stia andando; questi dunque non sarebbero dei veri traguardi quanto piuttosto dei risultati accidentali. 

Trasportiamo questo ragionamento alla vita di un adolescente, per tornare dopo aver elucubrato sulle questioni generali alle questioni particolari da cui eravamo partiti, ovvero l’importanza della Filosofia nella formazione; se ad un ragazzo consegniamo ed insegniamo un sapere solo tecnico, un esatto calcolo che dall’incognita lo porti semplicemente alla soluzione, senza suggerirgli delle domande sul motivo per cui cerca, senza instillare in lui nuove ipotesi di soluzione, e senza farlo interrogare se eventualmente esista qualcosa di ordine più importante riguardo alla quale cercare(solo per fare qualche esempio), che tipo di preparazione daremo? Se non lo alleniamo a pensare a cosa sta lavorando ma lo facciamo solo impratichire nello svolgimento di un procedimento, lo priviamo della facoltà di esercitare un pensiero critico. Lo priviamo, aggiungerei, della fervida curiositas che anima le scoperte stesse; non è, per dire, da una riflessione circa la vita che nasce poi la curiosità di vedere come la vita si genera?  Di indagarne gli sviluppi, eventualmente gli intoppi,  o delle soluzioni possibili per quel che ostacola il generarsi della stessa? 

Dall’idea circa la vita, inoltre, non ne viene fuori poi un’opinione circa i limiti entro cui intervenire su di essa o meno, dunque quel che può essere definito, in questo caso, rispetto? Certo per uno che non abbia mai considerato il concetto, ma solo la tecnica, pensare all’eugenetica è una questione solo di risposta ottimale a dei problemi ereditari.

Pensiamo ora, concludendo, ad un ragazzo che non abbia mai riflettuto sulla Libertà, sarà forse difficile renderlo prono a una politica che formalmente no, ma nella sostanza dei fatti la libertà la sopprime? Diverrà quello un ragazzo cosciente, consapevole, oppure un ottimo processore che da A conduce a B, senza mai chiedersi cosa A e B siano? 

Se la questione è fare a meno della filosofia,  se la questione è esercitare o meno il proprio pensiero critico, dare forma e corpo alle proprie idee e dunque alla direzione delle proprie realtà, penso che la risposta sia.. fare ALMENO filosofia, recuperarne il senso vero, difenderne l’esercizio e cercare di dare risposte sensate a coloro che la confondono coi sofismi.

Beatrice Granaroli