Tra vita reale e vita virtuale: dominati o dominatori della tecnologia?

Dominati o dominatori della tecnologia? Ecco la domanda che vorrei rivolgere a voi, cari lettori.

Chi avesse partecipato al cineforum di qualche mese fa sa bene che le domande e le esigenze di approfondimento sul tema trattato sono inesauribili. La dipendenza da internet, l’omologazione, case che ospitano televisori più grandi delle pareti, cellulari che non entrano più nelle nostre tasche, questi sono alcuni degli elementi che tracciano l’orizzonte della vita quotidiana della società attuale. Basta osservare le nostre giornate per notare quanto ci condiziona la tecnologia. Pertanto vi vorrei invitare a riflettere su quante ore passiamo di fronte a uno schermo (della televisione, del computer o del cellulare) per vedere un film, una notifica, un messaggio, il titolo di un giornale, o per effettuare l’acquisto di un oggetto. E solo al termine di tale riflessione vi inviterei a focalizzare la distinzione tra comodità e dipendenza.

Al cineforum, dalla visione del film Fahrenheit 451, abbiamo potuto notare che i personaggi erano costretti ad usare come unico mezzo di informazione e di comunicazione la televisione. Tutte le altre forme erano da considerarsi inutili, come ad esempio i libri. Essi erano infatti vietati dai governanti, poiché erano considerati uno strumento con cui l’uomo poteva distinguersi dalla massa, spezzando la catena dell’omologazione. Noi, a differenza dei personaggi del film, viviamo in una situazione di schiavitù volontaria. L’omologazione che ne deriva coincide con l’obiettivo dei governanti descritti in Fahrenheit 451, cioè una società prodotta in serie dall’industria della tecnologia.

Nel film successivo The Truman Show  si intrecciano la vita virtuale e la vita reale. A tal proposito vorrei ricordare Guy Debord, autore del saggio Società dello spettacolo. Egli nel 1967, descriveva la società del tempo “come un’immensa accumulazione di spettacoli”. Testuali parole possiamo adoperare per descrivere la vita di Truman, la quale non è altro che il risultato ottenuto dalla somma delle puntate televisive del programma, dal titolo The Truman show.
Il protagonista riesce a passare dalla condizione di essere dominato a quella di dominatore. Ma quando avviene tale cambiamento? Nel momento in cui Truman assume consapevolezza, decidendo di abbandonare il mondo incantato della virtualità. Solo così Truman può liberarsi dalla condizione di schiavitù in cui si ritrova.

Nell’ultimo film, Disconnect, si evidenzia l’importanza di quella consapevolezza, che è stata fondamentale per Truman. Infatti in Disconnect l’assenza di consapevolezza accomuna i personaggi dominati da internet. Il web si trasforma in un’ancora di salvezza per i protagonisti, che insicuri, depressi, si isolano l’uno dall’altro, perdendo la cognizione della realtà. Essi si rifugiano in un mondo virtuale, nel quale attraverso altri nomi o false identità, si può persino diventare amici. Tale fenomeno non è da considerarsi estraneo ai nostri giorni. Situazioni analoghe sono diventate più comuni specialmente nel 2003, in seguito alla creazione di Second life. Un mondo virtuale in cui ognuno può crearsi il proprio avatar. Non dovrebbe sorprendere il fatto che, per questi alter ego elettronici, siano stati usati nomi come Pirandello o Pessoa. Entrambi ricorrevano a figure di alter ego (si pensi a tal proposito ad Adriano Meis, meglio conosciuto come Mattia Pascal) o di eteronomi (ricordiamo Alberto Caeiro, Bernardo Soares meglio conosciuti come Fernando Pessoa).

Avviandomi alla conclusione, mi ricollego a quella speranza che ci lascia The Truman show, perché ritengo che in essa sia racchiusa una possibile risposta alla nostra domanda : “Dominati o dominatori della tecnologia?”. Per rispondere è necessaria, come avviene in Truman, un’assunzione di consapevolezza della propria condizione, che si può raggiungere attraverso un esame di coscienza. Pertanto è necessario interrogarsi, come i protagonisti dei primi due film, evitando i rischi e le degenerazioni che si evidenziano in Disconnect.

La tecnologia determina questi effetti negativi proprio perché l’uomo non riesce a trovare il giusto equilibrio con la realtà, ma si lascia irretire nel mondo virtuale.

Gaia Cappuccio