Del distacco e delle relazioni

Il distacco è stato il tema alla base del cineforum dal titolo “Ed io, mi prenderò cura di te” organizzato dal Gruppo Universitari di San Frediano.

I film che sono stati proposti, “The bucket list” di Rob Reiner, “Hugo Cabret” di Martin Scorsese e “Un sogno per domani” di Mimi Leder, ci hanno accompagnato in questa riflessione suggerendoci molti aspetti della vita su cui lanciare uno sguardo più attento e profondo, in modo particolare per ciò che riguarda la
relazione con noi stessi e con gli altri, centri vitali per l’esistenza di ciascuno.

Vogliamo condividere un semplice quanto profondo articolo del prof. Tommaso Greco, docente della nostra università, a proposito di questo tema e dell’ultimo film che è stato visto:

Il ciclo di film pensato e organizzato dai ragazzi del GrUSF e dedicato al tema del distacco coglie un’esigenza essenziale – quella dei legami, della cura, della responsabilità per l’altro – che non sempre è stata avvertita e difesa. Anzi, direi che il nostro immaginario è stato costruito ormai da troppo tempo piuttosto sulla convinzione contraria.

Nonostante la nostra vita sia fatta (e sia riempita continuamente) dai rapporti che intratteniamo con gli altri, chi veicola le informazioni e forma le coscienze ci ha ripetuto troppo insistentemente che ciò che ognuno di noi cerca ‘per natura’ – e quindi ciò che ciascuno deve cercare quando agisce – non è altro che il proprio tornaconto. In base a questa visione, anche quando facciamo il bene lo facciamo solo apparentemente per il bene dell’altro; in realtà lo facciamo soltanto per ‘egoismo’. Quante indagini scientifiche sono state prodotte a dimostrazione di questo assunto e a sostegno di una visione della natura che – come diceva Machiavelli – fa gli uomini ‘tristi’, volti sempre e comunque al proprio meschino interesse! In un libro degli anni ’70, uno dei maggiori divulgatori che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi decenni, Piero Angela, si sforzava di dimostrare proprio questa tesi, rinviando a studi di etologia che ben presto sarebbero stati superati. Gli anni ’80 dovevano ancora arrivare, ma già l’epoca del narcisismo e dell’egoismo aveva avuto la sua consacrazione scientifica!

In fondo è come la storia raccontata da Italo Calvino nel Visconte dimezzato: quando la metà buona di Medardo riesce finalmente a tornare a Terralba, nessuno ci crede veramente. Tutte le buone azioni che essa compie vengono attribuite piuttosto alla metà cattiva (il Gramo),considerata tanto più perfida in quanto riesce a nascondere le sue malefatte dietro azioni apparentemente destinate al bene del prossimo. Quante volte anche noi ci chiediamo quali siano le vere intenzioni di chi compie un’azione buona, un gesto di attenzione per il prossimo? Anche chi vuole difendere la socialità positiva lo fa talvolta con l’argomento che «quello che si fa per gli altri, lo si fa anche per se stessi» (così scrive il medico svedese Stefano Einhorn nel suo libro Essere buoni conviene, pubblicato in Italia nel 2007).

Ed ecco invece il messaggio che mi sembra di poter cogliere nel ciclo proposto. C’è una socialità positiva – una capacità di relazione – che è insopprimibile e che è presente nell’uomo, anche se il mondo sembra girare in senso ad essa contrario. Ad essa si adattano il linguaggio e la pratica della fiducia, che sono l’opposto della paura e del sospetto con cui la cultura dominante ci suggerisce di tutelarci. Praticare la fiducia vuol dire scommettere sulla capacità dell’altro di rispondere al nostro gesto di apertura; vuol dire aspettare che il nostro dono venga accettato e poi contraccambiato, non per un banale tornaconto, ma come conferma che la relazione è stata stabilita. Si tratta dunque di una socialità che richiede responsabilità, cura, sacrificio. È quanto non è stato capito da molta letteratura, anche dedicata al tema della fiducia: l’uomo si prende cura del proprio simile, fino a sacrificarsi per lui. Il gesto finale del bambino protagonista del film Un sogno per domani (un gesto significativamente presente anche in un film come Gran Torino di Clint Eastwood) è il gesto di Cristo che si immola sulla Croce; un gesto estremo di cura, di attenzione per l’altro.

Ma bisogna stare attenti alle giuste connessioni. Relazione, cura, dono, fiducia mal si adattano a un mondo nel quale siamo sempre più abituati a pensarci come cittadini titolari di diritti. I diritti sono uno strumento essenziale per poter difendere il debole contro il forte, per poter evitare un sopruso. Ma si fermano a questo punto e non parlano la lingua della relazione. Piuttosto, parlano quella del distacco e del confine invalicabile perché trincerarsi dietro il proprio diritto è un modo per dire “di qua ci sono io, tu devi stare al di là di questo confine”. Riprendere a parlare il linguaggio dei doveri è, invece, il corollario necessario ad un mondo nel quale si vuole porre al centro non più l’io ma la connessione io-tu. L’essere-in-relazione è un essere che compie doveri, è colui che mette in atto la sua capacità di attenzione. È colui che, in una determinata situazione, sa come comportarsi, ed è consapevole persino che a volte stabilire una relazione vuol dire lottare per i diritti degli altri. Ma non è mai un soggetto che si sente rappresentato pienamente dall’essere titolare di certi diritti. Ecco perché appare insufficiente molta retorica contemporanea relativa ai diritti: essa rinchiude i soggetti in una condizione di solitudine, non li considera mai quali esseri in relazione. Superare il distacco vuol dire andare al di là dei propri diritti (e quindi della propria sicurezza giuridica) e buttarsi nell’abisso di una relazione che non ci dirà mai in anticipo dove potrà condurci.

Tommaso Greco