Crash – contatto fisico

“Fragore, fracasso, schianto; disastro, incidente; crollo; crac”: sono questi i significati principali del termine inglese “crash” che ormai è entrato di diritto nel nostro vocabolario linguistico. Ed è proprio a partire da questa considerazione semantica che vorrei riflettere su questo tema a partire anche dal noto film di Paul Haggis (2004) che è stato proposto lo scorso novembre durante il ciclo di cineforum, senza però svelare i dettagli a quanti volessero vedere per la prima volta (o ri-vedere con occhi nuovi) questa pellicola di successo.

La tematica fondamentale che qui è in gioco è quella di una realtà “crashatica” per l’appunto (consentitemi di coniare questo nuovo termine!), una realtà di fracassi, incidenti, crolli che fa parte della nostra vita quotidiana: è la realtà del conflitto inter-individuale che ci vede protagonisti ogni giorno, anche inconsapevolmente e naturalmente nei nostri rapporti con gli altri e con noi stessi.

Il regista è capace di cogliere magistralmente questo aspetto, a tratti esasperato, della nostra esistenza e lo ripropone con il linguaggio tipicamente cinematografico, un linguaggio fatto di suoni, di immagini, di rumori, di frastuoni; un linguaggio che non ci lascia mai indifferenti o passivi ma ci invita a riflettere su ciò che accade intorno a noi.

Vorrei riprendere innanzitutto alcune considerazioni sul film proposte dal prof Tommaso Greco, che parlava di “una ‘natura’ che ci appartiene – appartiene a tutti – e che ci spinge contemporaneamente in due direzioni. Da un lato, ad affermarci sull’altro e contro l’altro: si tratta della vecchia ‘legge’ che gli Ateniesi – i più forti – vedevano dalla loro parte. In base a questa legge, siamo chiamati, ogni volta che agiamo, ad esercitare tutto il potere che pensiamo di dover esercitare. Dall’altro lato – ed è proprio questa la verità che spesso dimentichiamo – ci spinge verso l’altro, per accoglierlo e per chiedergli di accoglierci”. Il film, a mio avviso, ci parla proprio di questa duplice natura, di questa duplice tensione che ci anima (il conflitto nel suo senso negativo e la relazione) e che siamo chiamati a riconoscere per educarla nel modo corretto.

Educare, in questo caso, significa privilegiare la parte migliore della nostra intimità, quella parte che si chiama “condivisione, accoglienza, dialogo, fraternità” e che l’orizzonte cristiano riassume con il termine “carità”: è una nuova e profonda modalità di relazione che getta una luce sulla condizione umana e sul senso di questa condizione.

Oggi più che mai credo sia fondamentale aprirci a questo modello di senso, in un momento storico costruito sul quotidiano “crac”, sulla rabbia di chi non ha lavoro, sull’incertezza delle giovani generazioni, sul potere schiacciante del mercato finanziario ed economico, sulle guerre dimenticate che sconvolgono molte nazioni: sono dinamiche che generano o hanno già generato un conflitto, spesso difficilmente risolvibile, che abita la nostra società.

Aprirci alla relazione significa allora andare oltre il pregiudizio, l’indifferenza; abbattere quel muro che ci impedisce di riconoscere il vero volto di chi mi sta accanto; comprendere che la vera realizzazione personale si attua solamente nella condivisione e non nella libertà egoistica di chi vuole soddisfare il proprio bisogno; scoprirci umili ascoltatori e pellegrini di un mondo che racchiude in sé molteplici codici e orizzonti.

Aprirci alla relazione significa primariamente riconciliarsi con sé stessi, entrare in contatto con l’Io che ci abita e riconoscere la sua bellezza con l’aiuto imprescindibile dell’altro e della sua esperienza.

Aprirci alla relazione significa scoprire che l’altro non è un nemico da abbattere ma un compagno di viaggio che racchiude in sè desideri, sogni, progetti, aspirazioni e si fa portatore di una storia unica nel suo genere.

Se davvero “ogni persona ha un significato tale da non poter essere sostituita nel posto che essa occupa nell’universo delle persone” (parole del filosofo francese Emmanuel Mounier), allora ciascun essere umano è chiamato a riconoscere quel significato, ad assumerlo come elemento di ricchezza e valore, se non vuole correre il pericolo di rinchiudersi nella vuota solitudine del proprio vivere.

Senza dubbio si tratta della strada più impegnativa da intraprendere e riguarda quell’insieme di scelte basilari che hanno dirette conseguenze sul senso che decidiamo di imprimere al nostro cammino: ma solo così saremo capaci di trasformare il fracasso in silenzio riflessivo, il disastro in gioia ed il crollo in vittoria.

Daniele Ascani