À toute!

17 settembre 2013, aeroporto di Catania

Oltre a una laurea magistrale otterrò una licenza in armi e bagagli, traslochi e saluti. Tutto fa brodo, anzi no, tutto fa curriculum di questi tempi.

Direzione: Parigi, 15°.

Conosco ogni angolo di quella via dove andrò a stare per sei mesi grazie al compagno Maps, so anche quale sarà il supermercato in cui dovrò fare la prima spesa per poi rassicurare i parenti che si mangia bene, non avranno le caciotte ma è tanto buono anche il camembert (solo a pronunciarlo ti meriti l’appellativo “francesina”). Bon, bando alle ciance!

Scrivo a distanza da un anno e più dalla mia partenza per Parigi e rivivo quel misto di tremore dato dalla commozione e di passione che ha contraddistinto un’esperienza tanto memorabile quanto speciale. Da settembre scorso ha avuto infatti inizio la mia esperienza di Erasmus Placement (stage all’estero) nella ville lumière, conclusasi nel mese di marzo 2014.
Nello specifico ho svolto un tirocinio presso l’Istituto Italiano di Cultura parigino, ente italiano gestito dal MAE (Ministero degli Affari Esteri) e dall’Ambasciata Italiana che si pone come obiettivo quello di promuovere e diffondere la lingua e la cultura italiana in tutte le sue forme.

Gli Istituti Italiani di Cultura sono presenti in tutto il mondo, accomunati da obiettivi fondanti e da un organigramma più o meno simile, che varia a seconda dell’importanza dell’Istituto, del prestigio e della storia del relativo ente. Oltre alle manifestazioni culturali, molte delle quali gratuite o con un piccolo contributo da parte del pubblico, l’Istituto offre dei corsi di lingua italiana a pagamento considerati tra i più eccellenti, dato che i docenti assunti sono selezionati in sede di un concorso per titoli con requisiti piuttosto restrittivi. I corsi di lingua italiana sono frequentati per lo più da allievi adulti (dai professionisti di media età ai pensionati di terza età) interessati e appassionati della lingua italiana di solito per motivi legati al lavoro, ai viaggi, al cinema italiano e all’arte, alla letteratura, alle origini italiane prossime o ormai perdute, a motivi affettivi (avere un/a partner italiano/a) e alla cucina.

Può sembrare strano ma, sebbene l’italiano sia una lingua poco parlata nel mondo, è la quarta lingua studiata a livello mondiale. A tal proposito bisogna notare che una notevole incidenza in ciò deriva dalla Chiesa e dal suo utilizzo della nostra lingua come lingua veicolare. Da una parte ciò non può che renderci lieti e orgogliosi, considerato che la lingua è il primo mezzo tramite cui venire a contatto con un Paese, conoscerne la cultura, la tradizione, gli usi e i costumi, dall’altra testimonia il ruolo di guida culturale che l’Italia ha rivestito nella storia passata e che continua tuttora, malgrado si stenti a crederlo.

Si potrebbe pensare che quanto finora detto non abbia alcun nesso con la mia esperienza, tutt’altro invece.
Nei sei mesi di stage ho lavorato spendendo la gran parte delle mie giornate nella Biblioteca “Italo Calvino” dell’Istituto, tra quelle degli IIC nel mondo è oggi la più grande, ricca nonché la più prestigiosa. I bibliotecari che si sono succeduti hanno dato prova di grande competenza e dedizione, gestendo con perizia i vari fondi e creandone di nuovi; le donazioni sporadiche e di intere biblioteche l’hanno arricchita e impreziosita, gli acquisti attenti e continuamente aggiornati fanno di essa un posto ideale per lettori appassionati e ricercatori instancabili.
Si chiama “Italo Calvino” perché la moglie dell’autore fece dono nel 1990 dell’intera collezione di traduzioni delle opere del defunto marito ai meandri dell’Hôtel de Galliffet, la sede dell’IIC.

Scrivere cosa ho imparato potrebbe sembrare un eccesso di vanità, mi limiterò a menzionare qualche nodo centrale pur non soffermandomi sui particolari, ciò che per me ha disegnato nuove possibilità e priorità, ciò che mi spingerebbe a ripetere daccapo tutto.

Sono sempre stata dell’avviso che svolgere uno stage o vivere un’esperienza di lavoro durante il percorso accademico offra l’opportunità di mettere in discussione le proprie e molteplici capacità, quelle che a volte si rischia di accantonare durante gli studi universitari, permette di uscire dall’ambiente “ovattato” di una comoda, ma non troppo, vita da studenti universitari. Significa insomma mettersi in gioco e avere il coraggio di osare e talvolta ridipingere nuovi confini e orizzonti per i nostri progetti, aspirazioni e sogni.

Dare un colore nuovo o ridonare energia a ciò che con il tempo e l’abitudine ne è stato privato.

Nel mio piccolo, riuscire a imparare in breve tempo a utilizzare programmi specifici per la gestione di una biblioteca oppure ritrovarmi con un pubblico di lettori francesi desiderosi di consigli o in cerca di libri particolari ha significato lottare con parti di me che scoprivo essere nuove, come il timore della mancata perspicacia oppure la timidezza in situazioni in cui la lingua per prima può costituire un fondamentale elemento di confronto perché la comunicazione, quindi il servizio reso, vada a buon fine.
Pian piano sono entrata sempre più nel mondo di una lingua che già da tempo mi affascinava e grazie all’interazione, all’ascolto e alla voglia di comprendere a fondo mi sono resa conto di starci profondamente bene, parlo di “mondo” poiché la lingua è essenziale per cercare di cogliere le sfumature, anche quelle più sottili, di un popolo e della sua cultura, è uno strumento per abbattere quei pregiudizi e luoghi comuni cui spesso ci si aggrappa per la mancata volontà di conoscere o per pura ignoranza.
Così, le telefonate sfuggenti in metro che inizialmente mi sembravano solo uno “sce..sci..” continuo e indistinto cominciavano a chiarirsi nella mia mente, alla faccia della privacy: ho fatto un ottimo esercizio di lingua colloquiale e non solo.

Abbinando tutto ciò a una delle mie grandi passioni cioè viaggiare per scoprire: Parigi era perfetta. La metropoli in cui ogni angolo ha il suo perché, in cui si può passeggiare senza una precisa destinazione e qualcosa di interessante si troverà di certo (il termine rigorosamente francese per indicare questa azione è flâner), in cui ci si affaccia al calare del sole ammirando il fermento della città che non dorme mai, nei cui numerosi musei scorazzano bambini felici insieme alle giovani famiglie. Una città che può sia distrarti molto sia incuriosirti e mai stancarti.
Ho avuto la fortuna di conoscere persone provenienti da ogni parte del mondo, condividere con loro parti del mio percorso, imparare da loro e poi salutarle con la speranza di ritrovarsi ancora, ciascuna di esse da lì ha occupato un posto speciale, un altro modo per comprendere che ogni incontro è sempre un inizio di una storia particolare; tra di loro vi sono tanti adulti, grazie ad essi sono entrata in contatto spesso con realtà che sconoscevo, con dinamiche a me estranee e spesso tanto lontane dai miei pensieri.
A volte ho sofferto un senso di inadeguatezza e una paura di essere pienamente me stessa, il mondo del lavoro può divenire un banco di prova assai duro ma tanto stimolante per chi, come me, vive il momento di transizione tra studio e lavoro.

Detto ciò, chi legge avrà l’impressione di riscontrare un mio suggerimento implicito, sì, anche piuttosto esplicito.

Tornata dalla Francia ho sentito il bisogno, dopo parecchi anni, di tornare a Roma. Il successo che “La Grande Bellezza” ha riportato nei cinema e nella critica francese (più che in Italia, per la legge del non essere profeti in patria forse) e la nostalgia della “mia” capitale mi hanno spinta a ripartire sfruttando positivamente quanto appreso e lasciato.
Mi sono resa conto di quanto ami il mio Paese e di quanto vorrei costruirci il mio futuro e la mia famiglia solo vivendo un periodo all’estero e ammirando l’amore degli stranieri per esso, so bene che di questi tempi è un pensiero controcorrente e spesso ciò è per me motivo di riflessione profonda.
Si può ancora amare la nostra culla di cultura e poesia impegnandosi perché rifiorisca, perché cambi, ringiovanisca e perché se ne possa avere cura.

Per “ritrovare” la propria strada bisogna spesso smarrirla e imparare da quelle vie che nostro Signore ci offre per nuove albe e respiri, l’importante è avere uno sguardo attento a ricostruire le tappe percorse e i volti incontrati, perché il flâner non sia un mero vagabondare in cerca di collezionare esperienze da inserire nel fantomatico e impersonale Curriculum.

Voilà pourquoi quando ripercorro tappe ed eventi mi piace ringraziare e benedire per ciò che ho vissuto e salutare con l’espressione confidenziale e affettuosa À toute! per accorciare le distanze spazio-temporali e poterne fare dono a chi incontro a mia volta.

Rosa Narcisi