“30 su 33″

“30”. In tempo di esami è sicuramente il più bel traguardo sperato. Dopo un mese di reclusione e zero vita sociale, inutile dirlo… c’è soddisfazione! Finalmente possiamo concederci un bel respiro di sollievo, una mega doccia, camicia bella oppure tacchi a spillo (dipende dal soggetto), e un sabato sera come si deve con gli amici o i colleghi. Solo una regola: vietato parlare di studio!

“Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni…”. (Luca 3,23)

“30”. Sono gli anni di vita privata di Gesù, a fronte dei 3 (circa) di missione pubblica. La proporzione è questa: “30 su 33”.

È vero, dai Vangeli non sappiamo molto di quello che successe tra l’infanzia di Gesù e la sua età adulta. Grazie a ciò che dice la Scrittura, prima di avventurarsi sulle strade della Galilea per annunciare il Vangelo, Gesù ha condotto la vita a Nazareth di Galilea in una modesta famiglia ebrea, osservante e lavoratrice. Figlio di un carpentiere (come dice il Vangelo di Marco 6,3), educato da suo padre Giuseppe, Gesù ha esercitato anche lui questo mestiere di artigiano fino a circa trent’anni.

“Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un’esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era sottomesso ai suoi genitori e che «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52)”. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 531)

Perché 30 anni di silenzio? perché tutto questo tempo? Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, chissà quante cose avrebbe potuto fare se si fosse manifestato prima… pensiamoci. Se il Vangelo è “buona notizia” per la mia vita, cosa dice a noi oggi questa Parola?

La maggior parte della nostra vita è fatta di tanti giorni simili, giorni in cui non accade niente di speciale… come quei pezzi di puzzle che in un quadro da 5000 vanno a formare un cielo uniforme o lo specchio d’acqua di un lago di montagna. Sembrano davvero tutti uguali molti dei nostri giorni. Allora come possiamo apprezzarne il valore e l’unicità?

Alla luce della quotidianità di Nazareth, vissuta da Gesù tra lavoro e affetti, la nostra quotidianità può diventare lo spazio originale e prezioso per fare sostanzialmente due cose:

costruire legami di amicizia, amore, fraternità;

formarsi allo studio, al lavoro, acquisire competenze, responsabilità.

Non di rado nel tempo dell’Università si comincia a comprendere chiaramente quale sia la direzione che sta prendendo il cammino della propria esistenza. Si fanno gli incontri decisivi: un pomeriggio seduti a fianco in biblioteca a studiare fisica, oppure letteratura greca, e gli sguardi si incrociano in un modo che ci fa intuire che percorreremo un po’ di strada insieme…

La nostra vita interiore – l’insieme cioè dei propri vissuti, il bagaglio che ci viene dal passato, nel presente e ci spinge verso il futuro -, è stabilmente plasmata dai legami profondi che siamo disposti a costruire. L’essere umano in quanto persona si forma anche a partire dalle relazioni che vive. Quanto più un legame è profondo, tanto più incide sulla propria identità, e la profondità è data da una fedeltà, un impegnare se stessi (nel presente e nel futuro) in quelle relazioni che intessiamo.

In definitiva, se ci pensiamo bene, i legami che viviamo ci trasformano nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere in essi. Ma per fare questo ci vuole tempo… forse quasi tutto il tempo che abbiamo a disposizione ci troverà impegnati a coltivare relazioni. “30 su 33” è la proporzione per andare in profondità, ed eludere il rischio di condurre una vita relazionale banale e alla fine vuota. È la proporzione per imparare il coraggio di stare in relazioni significative, impegnative, responsabilizzanti, in cui occorre “metterci la faccia” e soprattutto il cuore.

Durante gli studi accademici, poi, ci si incontra e scontra coi propri limiti, difficoltà, contraddizioni. Le aspettative con cui abbiamo intrapreso il percorso universitario spesso non sono corrisposte dalla scelta fatta o dalle nostre stesse capacità. Emergono così le domande più profonde che ci abitano: perché ho scelto questa facoltà – e ancora più alla radice -, che senso ha lo studio intrapreso per la mia vita? La mia realizzazione piena passa davvero di qui? Sto perdendo tempo? … È davvero tutto qui?

Se ci lasciamo “complicare la vita” da queste domande, ciò che costruiamo acquisterà un senso indelebile. Si apre davanti a noi tutto lo spazio per l’impegno e la responsabilità di mettere in gioco ciò che abbiamo ricevuto: i doni personali, le capacità, gli affetti, …la nostra stessa vita, in un progetto più grande e ampio, che diventa comprensibile mettendosi in ascolto sincero della voce di Dio che ci parla attraverso la realtà in cui viviamo e la profondità di se stessi.

La concretezza del lavoro che occupò Gesù negli anni della sua vita nascosta, assicura estrema dignità all’uomo che realizza quotidianamente la propria opera, oggi nello studio, domani nelle diverse professioni e impegni alle quali la vita ci chiamerà.

In definitiva “30 su 33” non è tanto una semplice preparazione alla missione pubblica di Gesù, come lo studio di oggi non è solo una lunga preparazione verso il futuro professionale e lavorativo che sogniamo. La vita di Nazareth che Gesù ci insegna a vivere, è diventare disponibili a lasciarsi condurre da Dio, in ascolto delle persone che incontriamo; è prendere sul serio lo studio senza chiudersi in esso; è collocare con fatica ogni giorno uno dei pezzi simili del nostro irripetibile puzzle, necessario per completare la nostra storia.

La vita nascosta a Nazareth è la stessa vita di Gesù: un continuo donarsi nelle relazioni e nelle occupazioni quotidiane, dentro la sua unica grande occupazione, stare nella volontà del Padre. Può diventare così anche la mia vita?

L. M.