Archivio per ‘Pillole di attualità’

Intervista sul Concilio Vaticano II a don Severino Dianich

L’11 ottobre 1962 si apriva solennemente a Roma il Concilio Vaticano II. Quest’anno, a 50 anni dallo storico evento, la Chiesa celebra l’Anno della Fede, un tempo dedicato alla scoperta della ricchezza del Concilio e dei suoi contenuti per mezzo di numerose iniziative e approfondimenti. Ma come ha detto Benedetto XVI al clero di Roma «Il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi. […] Ma la forza reale del Concilio era presente e man mano si realizza sempre più e diventa la vera forza della Chiesa.»

 Per cercare di riscoprire quale sia l’eredità del Concilio e capire meglio la sua “forza reale”, abbiamo intervistato don Severino Dianich, teologo e sacerdote della diocesi di Pisa.

La rieducazione in un Paese poco educato

Il potere di decidere della libertà di un’altra persona, la facoltà di togliere alla vita di qualcun’altro l’autonomia che gli è propria, è una scelta che implica una grande responsabilità. Uno stato che stabilisce di incarcerare chi delinque, dovrebbe anche prevedere delle forme di reinserimento a sostegno della persona, affinché la socializzazione dei principi societari trovi la sua piena attuazione. Affinché la misura penitenziaria non si trasformi in una sterile privazione della libertà, senza riscontro per l’individuo e per una Stato che invece di accogliere l’altro, lo esclude dalla realtà sociale di cui è membro in quanto incapace di colmare la sua insicurezza.

La prima cosa che senti superati i controlli e varcati i quattro cancelli che ti permettono di entrare nel carcere Don Bosco è la particolarità dell’odore dell’aria tra quelle mura: “Anche l’aria acquista un odore diverso se intrappolata”, questo è stato il mio primo pensiero quando ho svolto il mio tirocinio curriculare nella casa circondariale di Pisa.

Le sensazioni che si provano percorrendo quei lunghi corridoi sono molte e contrastanti: la percezione di chiusura, la mancanza di aria con un mura troppo alte e finestre troppo piccole, la paura, il freddo, la chiusura che costringe ogni pensiero verso la razionalità. Gli effetti sulla psiche di un uomo costretto per anni in celle incredibilmente piccole per le sue esigenze sono devastanti; la stesse procedure interne all’istituzione tendono a deresponsabilizzare l’individuo da ogni sua autosufficienza. Quel che ti viene tolto non è solo la libertà fisica ma molto di più.

Alabama, 1994 - Prisoner on the chain gang. - James Nachtwey

Alabama, 1994 – Prisoner on the chain gang. – James Nachtwey

Beati gli operatori di pace

Porta come titolo questa frase evangelica il messaggio che papa Benedetto XVI ha rivolto a tutti gli uomini in occasione della giornata mondiale della pace, celebrata il primo giorno dell’anno. È la quarantaseiesima volta – a partire dall’ormai lontano 1 Gennaio 1968 – che un papa, rivolgendosi al mondo intero, inviata a cominciare il nuovo anno nel segno della pace e a considerarla un bene irrinunciabile per l’intera famiglia umana. Ogni ferita alla pace, in qualunque parte del mondo avvenga e in nome di qualsivoglia interesse, è una ferita all’umanità intera e quasi sempre una guerra sbandierata come la soluzione definitiva a qualche problema internazionale, pone le basi della guerra successiva. Occorre smascherare l’ipocrisia che ammanta le guerre di nobili motivazioni, quando alla base di esse sono in realtà quasi sempre gretti calcoli di interesse e di opportunismo. Occorre condannare ogni guerra come un fallimento della capacità di noi uomini di percorrere le vie della giustizia e del dialogo. Se la violenza è un male nelle relazioni tra individui all’interno di una stessa società e viene perseguita dalla legge, non si comprende perché venga tollerata o addirittura sbandierata come un bene nelle relazioni tra popoli all’interno dell’umanità. Se un uomo uccide un altro uomo, è giudicato un assassino; se uccide cento uomini in guerra, è considerato un eroe e magari gli viene data una medaglia. Perché?

La speranza al tempo della crisi, dall’eclissi del futuro a una cultura della speranza

prof. Giuseppe SavagnoneI racconti pomeridiani di tempi passati, di tempi in cui  pur nella miseria e nella difficoltà si sorrideva, si stava uniti e si avevano le gote rosse di salute e semplicità, hanno allietato le mie merende d’infanzia e hanno forgiato parti di me e penso quelle di tutti i nipoti che hanno porto le proprie orecchie a quei nonni vogliosi di comunicare qualcosa di personale e di esperienziale.

A volte da quei racconti mi sono abbandonata a un immediato e forse banale: “si stava meglio quando si stava peggio”, eppure, la  mia riflessione futura mi ha condotta a ripetermi che è qui e ora  che viviamo e costruiamo la nostra vita e il nostro futuro; è qui e ora che gettiamo i passi della nostra storia; è qui e ora che impostiamo il nostro ordine del mondo.

Abbandonarsi alla sfiducia e alla rassegnazione tronca la vera speranza, quella attiva che è differente dal passivo e tendente alla rinuncia “speriamo”, pronunciato con quei sospiri di rassegnazione che rendono vacuo lo stesso verbo e lo svuotano di contenuto.

Forza, Italiani di domani!

Beppe Severgnini“L’esperienza è un antipasto preparato da qualcun altro. Si può assaggiare o rifiutare, e in ogni caso non bisogna consumarne troppo”. E di questo pensiero Beppe Severgnini ne è convinto, tanto da riportarlo nel suo ultimo libro “Italiani di domani”: uno dei modi, attraverso i quali, il noto e tagliente giornalista ha provato a raccontare la cosiddetta “Generazione Choosy”.

Il suo punto di vista, esposto ad una policromatica platea di studenti, docenti, altro personale e ragazzi di RadioEco, la radio universitaria, è stato accostato ed arricchito dal giovane e simpatico regista Roan Johnson. I due hanno incontrato gli studenti dell’Università di Pisa il 13 dicembre scorso, alle ore 17.30, nell’Aula Magna del Polo Carmignani dove, per prima cosa, è stato proiettato il cortometraggio di Johnson  “L’uva migliore”.

L’iniziativa, coordinata dal direttore de “Il Tirreno” Roberto Bernabò, ha visto una buona partecipazione dei giovani che, sentendosi parte della suddetta generazione, ossia quella del precariato giovanile italiano, anche se particolarmente qualificato, ha attentamente seguito il dibattito.